Le parole al femminile

Avvocata o avvocato? Sindaca o sindaco? Ingegnera esiste davvero? La risposta è sì — e non è una questione di orecchio.

Nel 1926 Gabriele d'Annunzio si occupò di una questione linguistica urgentissima: stabilire il genere della parola "automobile". Decise che era femminile perché, scrisse, possiede una virtù che le donne non hanno, la perfetta obbedienza.

Cent'anni dopo, siamo ancora qui a discutere se si dica "ministra".

Su questo tema circolano molte più opinioni che informazioni. Quasi tutte le discussioni si arenano sulla stessa frase: «sì, ma suona male». Questa guida risponde con quello che dicono davvero la grammatica e la linguistica italiana — e con qualcosa che in molti non sanno.

Non è una moda. È grammatica

Le forme femminili delle professioni non sono neologismi inventati di recente. Sono attestate nella lingua italiana da secoli. Erano semplicemente poco usate per un motivo molto concreto: quei ruoli, le donne, non li ricoprivano. Il lavoro di riferimento risale al 1987, "Il sessismo nella lingua italiana" di Alma Sabatini, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, e le linee guida dell'Accademia della Crusca lo hanno sistematizzato nel 2012.

Tradotto: quando usi "avvocata" o "sindaca" non stai facendo una battaglia politica. Stai applicando una regola.

Le cinque regole (sono cinque, davvero)

Il meccanismo è semplice: dipende tutto da come finisce la parola al maschile. Le parole in -o diventano -a (ministra, architetta, sindaca). Quelle in -tore diventano -trice (direttrice, senatrice, procuratrice). Quelle in -sore diventano -sora (assessora, supervisora). Quelle in -iere diventano -iera (consigliera). Le parole in -e non cambiano: cambia solo l'articolo, il presidente, la presidente.

La guida contiene il vocabolario completo dalla A alla Z, le risposte alle sei obiezioni più comuni («suona male», «sono neologismi», «il maschile è neutro»…) e qualche storia che non ti aspetti.

La differenza tra i due elenchi

Prova a rileggere le parole su cui nessuno ha mai avuto niente da ridire: infermiera, maestra, segretaria, casalinga. Poi quelle che fanno discutere: ministra, avvocata, sindaca, chirurga, prefetta.

La differenza tra i due elenchi non è grammaticale. È il potere.

Le parole non descrivono soltanto la realtà — la costruiscono. Se nei documenti, nelle sentenze, nei comunicati stampa le donne compaiono solo al maschile, dai documenti le donne semplicemente spariscono. Nominare non è un vezzo. È il primo modo che abbiamo per dire che una cosa esiste.

Il linguaggio ha effetti concreti anche sul lavoro: annunci, inquadramenti, regolamenti interni.
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Dieci minuti di lettura. Alla fine, sai cosa dire e perché.

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A cura di Cathy La Torre - avvocata, co-fondatrice di Wildside Legal. Questa guida ha finalità divulgative e non sostituisce una consulenza legale personalizzata.

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